Da Vittorio Caracuta (2010)
Vivere una vita metafisica, via dai lacci delle cose che sono state e mai più ritorneranno; essere ancora e di nuovo, ma senza costituirsi come materia che possa venire attaccata e dissolta dalle ingiurie acri di ogni tempo. Mazzocca&Pony sta nelle dimensioni parallele in cui forse anelerebbe di dissolversi, e non solo per simbologia, e di là guardando vorrebbe riconoscersi in unione con la perfezione del bene nella luce dello spirito.
La sua essenza è nel non essere e non essendo riesce ad essere per la sovrana simulazione di ogni essere, che nel momento stesso in cui si costituisce in quanto essere dimostra atramente di non essere e si perde evanescente. Pony è il pieno del vuoto degli abiti che ritrae e compone a simulacro di un passaggio superiore che riempia di ogni vuoto; è il reciproco di quel che c’era e non c’è più, aldilà dell’angoscia e della contemplazione, con la disparvente rapida coscienza che neanche prima veramente questo c’era.
Gli abiti, perché passano? Quale identità li riempiva? Guardiamo i nostri, svuotati da noi stessi e guardiamo quelli altrui svuotati da se stessi e non sappiamo quando sia l’istante esatto in cui tutto questo sia avvenuto. Volere è non volere.
Da Carolina Lio (2009)
….. ci parla della spersonalizzazione, del distacco dalle proprie caratteristiche fisiche, caratteriali e biografiche verso una direzione di spiritualità che viene manifestata tramite simboli e simulacri, imitando una dinamica di matrice religiosa. L'oggetto che innesca questo processo è il vestito, che viene mano a mano fatto passare tramite diversi stadi di purificazione fino a diventare allegoria di una situazione trascendentale ormai raggiunta e in cui il tessuto resta solo come una mera reliquia. Per questo il vero e proprio protagonista non è il vestito in sé, ma la situazione spirituale e mistica che lo supera e che intuiamo, una soluzione di neutralità corporea che fa prendere all'artista la decisione di non identificarsi con nessun attributo terreno.
Attraverso le varie tappe che compie su ciascun capo d'abbigliamento, Mazzocca&Pony ha modo di identificarsi in diverse tipologie umane e personalità senza esserne univocamente nessuna, ed ottiene da un lato l'effetto di irretire lo spettatore in una specie di gioco scenico, dall'altro di auto-conferirsi una sorta di superiorità sugli stereotipi umani, sorvolando dall'alto le regole che giudicano il legame tra “essere” e “apparire”.
Per l'artista questi due verbi sono dunque già disgiunti e concepisce come due materie distinte l'anima e il corpo, senza dimenticare che quello che forse maggiormente può rappresentare in modo visivo la nostra interiorità è proprio quello che indossiamo e che in più identifica il nostro tempo, il nostro sistema sociale, essendo di fatto un indice dei valori del sistema in cui l'individuo si muove e agisce, svelando tabù, estetiche e convinzioni tanto del singolo quanto della collettività. Ma appunto perché l'abito descrive un codice umano e terrestre è necessario che venga prima o poi abbandonato, e che resti vuoto, privo dell'elemento-persona. Ed è per questo che Pony, dopo aver fotografato il vestito per farne restare una testimonianza, lo cristallizza in una resina che lo irrigidisce e lo fa diventare una scultura dalla consistenza a metà tra il gesso e il cartone. Diventa inservibile, è snaturato, si irrigidisce in una posizione che fa vedere vistosamente i suoi vuoti interni dove era presente in un tempo passato un corpo vivente. Ma allo stesso tempo, cristallizzandolo, lo si rende una testimonianza, un simbolo, un idolo, un reperto e, ripetiamo, una vera e propria reliquia. In fondo, non sono proprio i vecchi abiti che vengono adorati dai fedeli di personaggi religiosi ormai morti e quindi, nell'immaginario cattolico, ricongiunti a Dio? Anche in questo caso il tessuto diventa veicolo della memoria di quello che è spirito, ma in una diversa accezione. Qui non si parla di una forma di trascendenza del risorgere dopo la morte, ma dell'acquisizione di una comprensione raggiungibile già in vita dell'esistenza di una dimensione più totale oltre a quella umana, dove non c'è fisicità, ma energia. Questo sdoppiamento è presente in modo molto visibile nelle opere di Pony che effettuano quasi un confronto tra il prima e il dopo, riproponendo l'immagine del vestito ben due volte in ogni stampa. In primo piano l'immagine è più vivida e definita e si tratta di uno scatto dall'oggetto già cristallizzato, diventato simbolo; sullo sfondo il vestito è più sfocato, tenue, soffuso ed è stato fotografato prima di prendere una forma scultorea, rappresentando così la memoria di un oggetto e allo stesso tempo il suo superamento. Questa composizione finale è stampata inoltre su plexiglas, un materiale trasparente che aumenta il senso di un'atmosfera ultraterrena e impalpabile e che assume il plusvalore di un fervore mistico elevato quando viene steso su un'ulteriore base di led luminosi che creano al di sotto dell'immagine una luce uniforme e inglobante.
E' ovvia la metafora della luce come salvezza divina, illuminazione e presa di coscienza. Così come il vestito testimonia la fisicità abbandonata, la luce testimonia la nuova dimensione a cui lo spirito è andato incontro.
…..Un ulteriore sviluppo, quasi un aiuto concettuale che Pony regala a chi guarda al suo lavoro, è poi la protezione di alcune di queste opere sotto teche si Plexiglas, a volte anche incisa.
L'effetto non è ovviamente solo estetico, ma serve soprattutto a sottolineare una sorta di esigenza di conservazione storica imminente per creare un nuovo lavoro di testimonianza sul testimone, una legittimazione senza sostanza è qualcosa di cui non abbiamo una ancora più forte del vestito-simbolo a considerarsi portatore di memoria e cristallizzazione di una dimensione temporale e spirituale.
La cronologia di questo sentiero viene svelata attraverso sentieri espositivi che sono sempre ibridi e che contengono al loro interno le varie tappe della crescita spirituale dell'artista, del suo sganciarsi dalla realtà puramente materiale, testimoniato dai vari passaggi che vengono compiuti per realizzare le opere finali. Così sono esposti i vestiti-scultura come installazioni oppure sono sovrapposte alle foto dei vestiti originali, rifotografate sul plexiglas o esibite in teca, con o senza la base di led luminosi, per fare in modo che ogni mostra sia anche un piccolo museo di testimonianze di una crescita interiore che non nasconde le proprie difficoltà e le varie e numerose prove e tentativi di comprensione di ciò che vi è oltre alla dimensione umana e antropocentrica.
LA FATICA DEL RITRATTO
di Beppe Castellano (2009)
..."Farai la figura in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell’animo; altrimenti la tua arte non sarà laudabile..."
Leonardo Da Vinci
... 'A morte 'o ssaje ched''e?... è una livella.
'Nu rre,'nu maggistrato,'nu grand'ommo,
trasenno stu canciello ha fatt'o punto
c'ha perzo tutto,'a vita e pure 'o nomme:
tu nu t'hè fatto ancora chistu cunto?
Perciò,stamme a ssenti...nun fa''o restivo,
suppuorteme vicino-che te 'mporta?
Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive:
nuje simmo serie...appartenimmo à morte!"
... La morte lo sai che cos'è? È una livella.
Che sia un re, un magistrato, un grand'uomo,
entrando da questo cancello ha già capito
che ha perso tutto, la vita e pure il nome:
non t'è venuto ancora questo pensiero?
Perciò, stammi a sentire... non essere testone,
sopportami vicino-che t'importa?
Queste pagliacciate le fanno solo i vivi:
noi siamo seri... apparteniamo alla morte!"
Antonio De Curtis
Senza saperlo (o forse sapendolo benissimo, perché se li porta dentro ignara) Luigina Mazzocca è ispirata da due grandi artisti del passato, quando realizza un ritratto. Questo è ancor più vero in occasione della rassegna: "Ritratti sotto una stessa luce". A vederli tutti assieme, in fila, i quadri richiamano subito la poesia del grande Totò: "La livella". Lì, nella poesia, la livella in questione era sorella Morte. Qui è sorella Arte - che è Vita stessa per l'artista - a divenire "cancello" e a "livellare". È l'Arte-Vita a rendere tutti, indistintamente, umani. E proprio perché umani, del tutto uguali.
Ecco quindi che gli 8 "potenti" della terra - da Obama a Sarkozy, giù giù fino a Berlusconi - si ritrovano accanto, "uguali" non simili, ad un pastore di pecore (da non confondere con un paio di pastori di anime). Un uomo semplice che, sicuramente, sorride ogni giorno molto più di loro. Oppure spunta Joseph Ratzinger, che si ritrova a fianco di Michael Jackson e di fronte a... Madonna. La cantante, beninteso, non "la" Madonna. E così via via, con tanti personaggi che si guardano, che vi guardano, che si fanno guardare, scaturendo, quasi vivi, dal muro bianco. E possono essere un sindaco o un magnate della finanza, una giovane musulmana con chador o noti attori e attrici, un carabiniere o una giornalista, un musicista o un pensionato, un governatore di regione o un operaio in cassa integrazione, un ristoratore o una poetessa o una parrucchiera... In questa mostra, quasi senza soluzione di continuità, è l'umanità che scorre, vive, palpita. Senza che l'immagine dell'uno predomini sull'altro. Senza che qualcuno prevalga su un altro. Almeno qui, almeno nell'Arte!
Bisogna essere precisi, però. Una soluzione di continuità c'è, in questa lunga serie. Sono Saviano e (un altro...) Berlusconi. Sono stati messi "sottovuoto", conservati in una gabbia trasparente di plexigas. Due opere originalissime su due personaggi che si ritrovano (pur se per motivi diversi e più o meno nobili) prigionieri di se stessi. L'artista li vede con l'anelito ad uscire dalla propria gabbia, che spingono e deformano con le mani, e ad essere liberi, come metafora della vita di ognuno di noi. Faranno certamente strada. Le opere, ovviamente, che i due personaggi già ci han pensato per conto loro, ad avanzar su strade totalmente divergenti.
In questa mostra, ogni volto di ogni persona capitataci per puro caso (e a volte suo malgrado) viene resa dall'artista per quello che "è". Una Persona, punto. Proprio per questo, nello stesso tempo, oltre a ciò che ritiene di essere (o all'immagine di se stesso che vuol "dare" al mondo) ogni personaggio ritrova nel suo volto ciò che "non è". O, meglio, ciò che lui o lei non ritiene, non vuole o addirittura non sa di essere. Perché, siamo onesti: allo specchio, ogni mattina (ma alcuni innumerevoli altre volte al giorno), ognuno di noi non vede se stesso, bensì la propria immagine da mostrare al mondo e alla quale "adeguarsi". Ed indossiamo una maschera o parte di essa.
Attenzione, quindi! È molto difficile, per il soggetto "messo al muro", riconoscersi pienamente nel ritratto che ne rende Mazzocca. Ritratti, precisiamolo, che non sono stati fatti su ordinazione, bensì su estro, momento, occasione, incontri casuali dell'artista, sempre "armata" di Nikon. Una mostra che è nata, cresciuta sui volti definiti "interessanti" e che è in continuo divenire, visto che per tutta la durata della rassegna la pittrice continua a lavorare "in loco". E continua, per tornare al grande Leonardo, "a dimostrare quello che la figura ha nell’animo...". Può quindi essere estremamente "pericoloso" farsi fare un ritratto da Luigina, se non si è disposti a scoprire di noi stessi qualche altra faccia. Nello stesso tempo è estremamente affascinante il rischio di intuire, attraverso gli occhi e il pennello "a fresco" dell'artista, il mistero o i misteri che comunichiamo agli altri con le nostre espressioni. Con gli "attimi" del nostro volto. È quindi leonardescamente laudabile l'Arte di Luigina, dopo tanti anni tornata al figurativo pur continuando le sue sperimentazioni? Non sta qui, a noi, dirlo. Lo hanno detto, lo dicono e lo diranno critici d'arte ben più "alti" (un paio dei quali sono "al muro" anch'essi), ma lo dimostra soprattutto il suo numerosissimo pubblico di estimatori.
2009
RITRATTI
di Raffaella Ferrari (2009)
L’espressività profonda data ai ritratti da Luigina Mazzocca è spiazzante. Se ci si ferma a guardare nel dettaglio ogni piega del tempo depositata sui visi delle sue donne, non c’è bisogno di conoscere la storia della persona ritratta, essa parla da sola. I risultati raggiunti dall’artista sono il frutto di un profondo lavoro interiore, una volta conosciuta se stessa Luigina, osservatrice e indagatrice dell’animo delle persone, capta l’essenza profonda di chi ritrae e lo deposita in maniera emblematica nelle sue tele. Il pennello, il colore, l’energia vitale che passa al contatto della mano con lo strumento, il movimento della mano spinto da un pulsare del cuore, gli occhi filtri fondamentali e sensibili ad ogni piega, espressione, elementi tutti basilari utili per una trascrizione diagrammata del moto dell’esistenza, ed è del moto dell’esistenza che l’artista si occupa.
“RITRATTI SOTTO LA STESSA LUCE”: LE PRESENZE IMMANENTI DI LUIGINA MAZZOCCA
di Michela Giacon (2009)
Nell’esposizione “Ritratti sotto la stessa luce” l’artista e gallerista Luigina Mazzocca isola su un fondo bianco materico cinquanta ritratti eseguiti all’affresco, fondo dal quale spiccano con una tipologia di inquadratura e un’intensità di apparizione evocanti gli antichi volti, detti “fayyum”, della produzione ritrattistica su papiro del I-IV secolo d.C.
L’osservazione fondamentale che scaturisce dalla visione di quest’ampia sequenza pittorica ancora in progress, è che essa nasce da un poetico paradosso, si impernia sulla dissonanza tra significato e significante, ossia tra soggetto delle opere e mezzo rappresentativo utilizzato.
Mazzocca ci mostra infatti una galleria di icone del contemporaneo, celebrità della politica, della cultura e dello spettacolo - viventi e non -, da Roberto Saviano a papa Ratzinger, da Michael Jackson a Richard Gere e Sean Connery, da Obama a Julia Roberts, intervallati però, come l’artista stessa ci spiega, da ritratti di gente comune; tutti enunciati nell’unica bianca luce, in una sorta di democrazia visiva: personaggi famosi e potenti e persone qualunque. Un brano a frammenti tratto dalla nostra più recente storia; un fluire di volti che appartengono all’attualità, alla scena dell’oggi, che sia l’immagine del presidente degli Stati Uniti o del signore della porta accanto…ma realizzati con la tecnica antica, minuziosa, perseguente la mimesis, nel sapiente contrasto di chiaroscuri e lumeggiature, dell’affresco. La tecnica esecutiva fissa, congela per sempre, consegna a una dimensione atemporale e immarcescibile le icone dell’attuale che ci scorre accanto…narra il contemporaneo mediante le modalità di raffigurazione dell’antico. I campioni di umanità prelevati e trasposti in affresco dall’originaria riproduzione cartacea a stampa - ossia dalle fotografie su giornali e riviste -, e dalla mobilità dei video, di internet e dello schermo della televisione, ci guardano con identico sguardo, appartenendo ormai a un mondo altro. Sottratti al flusso fugace del reale perché decontestualizzati e museizzati dal gesto lenticolare dell’artista - che li ha scelti e, tramite il medium pittorico, trasmutati di stato -, sono slittati da immagini effimere, di carta o digitali, a esemplari dell’umana specie fissati per sempre in un’apparenza immutabile. Ora, dunque, sospesi dal tempo e dalla storia, collocati nel limbo della permanenza, messi a fuoco in un abbagliante iperuranio dell’arte.
Apparenze che creano una galleria del ricordo, da contemplare con malinconia e insieme distacco, messaggere di un mondo che, pur ancora esistente, già non c’è più. Presenze rese assenti, simulacri del reale, direbbe Jean Baudrillard; sembianze umane omologate dall’asettica eternità di una stessa luce. Mute testimoni, infine, di un’immanenza.
E lo sguardo a noi rivolto è il medesimo sguardo di quei volti dipinti a encausto agli albori della storia della pittura, diciannove secoli fa.
PHOTOARTMUSIC
di Raffaella Ferrari (2007)
Se tutti potessero conservare la purezza dello sguardo di Luigina Mazzocca sicuramente il mondo dell’arte avrebbe molti più artisti da ricordare. I ritratti dei grandi del Rock della Mazzocca sono energici, vivi, ricchi di messaggi e vibrazioni in musica. Il pennello di Luigina sembra prendere il ritmo dalla musica emessa dagli strumenti dei suoi personaggi e dà loro quella carica vivificatrice e espressione del corpo come se il quadro fosse solo un attimo bloccato della storia che stanno raccontando i musicisti ritratti. Gli atteggiamenti corporei dei musicisti, le tensioni dei muscoli, l’espressione dei visi, le posture dei corpi sono perfettamente rappresentati dall’artista, ma trapela anche una particolare ammirazione della Mazzocca verso questi artisti ai quali ha voluto dare un’offerta attraverso la sua arte. Sicuramente i ritratti di Luigina hanno dato un trono nel mondo dell’arte a musicisti che hanno segnato una strada nella storia della musica pop come: Carlos Santana, Tina Turner, Jimi Hendrix, Ray Charles, Bob Dylan, e tanti altri.
TUTTOMENOCHENERO
di Raffaella Ferrari (2005)
L’opera di Luigina Mazzocca ha raggiunto degli esiti minimalisti di grande spessore, dati da simboli di luce e di colore con profondo significato spirituale. Attraverso i colori inseriti nelle tele, nei legni e nei bronzi, l’artista sembra dar voce alle sue urgenze interiori. Anche i bambini potranno essere illuminati e catturati da espressioni positive di vita che palpita nell’arte. Il primo sentimento che ci invade ammirando l’opera della Mazzocca è sicuramente di tranquillità. L’artista attraverso la sua arte ci vuole trasmettere calore e positivismo. Si percepisce il profumo di corteccia e la curiosità di finestre che si spalancano su supporti eterogenei. Grazie all’uso della tecnica a fresco Mazzocca crea delle interessanti basi su cui disporre i “suoi sette colori”, all’interno di finestrelle, appunto, o sotto fregi della tela. I sette colori ci rimandano alla filosofia ayurvedica dei sette chakra, o più comunemente ai colori dell’iride. Colori tenuti “puri”, ai quali viene aumentata la brillantezza naturale con perline di vetro (quasi sempre dello stesso colore dei pigmenti di base) per catturare e rifrangere più luce possibile. Lo scopo è quello di creare una sorta di sinfonia del piacere percettivo, poesia della sensazione visiva. La sintesi così raggiunta viene inserita, quasi incastonata, su superfici che sembrano MURI: tele con intonaci lisci o vissuti, magari anche con crepe e su LEGNI: lunghe cortecce o tronchi sezionati a rondelle. L’artista predilige supporti naturali, ma su qualsiasi materia lei vede questi spiragli di luce colorata! L’intento di Mazzocca è chiaro: in questo mondo così disordinato, cattivo, falso, sporco, bugiardo, talvolta riusciamo a estrarre qualche cosa di buono, ecco il messaggio di speranza di queste opere. La sua poetica artistica, infatti, sembra prometterci un piccolo, prezioso miracolo: catturare un po’ dello spirito positivo del mondo.
LUIGINA MAZZOCCA
di Maria Campitelli (2005)
Luigina Mazzocca è un’artista coraggiosa.
Un giorno ha deciso di cambiare rotta, di andare – se così si può dire semplificando le cose – contro tendenza.
Se la maggior parte degli artisti esprime un disagio esistenziale che corrisponde ai tempi smagati e violenti in cui viviamo – lei, per il proprio benessere, quello dei suoi figli e di quanti possono incontrarsi con il suo lavoro, ha scelto di esprimere valori positivi, cioè sorriso, luce, bellezza, amore.
Il suo backgound affonda in svariate esperienze tecnico-linguistiche: dapprima puntigliosa ricerca analitico-descrittiva del reale (i ritratti realizzati ad affresco su tela - tecnica che ha poi sfruttato in tutte le esperienze successive fino ad oggi – ma anche cruda o provocatoria testimonianza socio/politica come nel ciclo della contestazione, 2001); accostamento poi all’espressività materico-gestuale e conseguente annullamento di una rappresentatività tout court per approdare all’astrazione, alla trasmissione di emozioni allo stato puro, senza il tramite di segni riconoscibili, per dar forma all’invisibile e all’ineffabile (v. i cicli “i colori della coscienza”, 2003, “brandelli d’amore”, 2004).
Un guardare e penetrare oltre la durezza della “corteccia”, disvelando i moti nascosti dell’anima, nell’ area sfuggente di quel “nagual” ricordato da Carlos Castaneda (e assorbito da William Bourroughs) opportunamente citato da Francesca Brandes in una sua presentazione dell’artista. Muovendosi dunque sul terreno sdrucciolevole dello sconosciuto e dell’imprevedibile, del non dicibile e del non visibile, che l’arte tenta di portare a galla.
Con il ciclo “Brandelli d’amore” era preannunciato il rinnovamento. In esso già compare quella gamma cromatica tutta di luce che esclude il nero (gli impressionisti in tutt’altro contesto e con tutt’altre vocazioni l’avevano già decretato), cioè lo spettro cromatico allo stato puro, dal rosso al viola, nei sette passaggi consacrati da Chevreul.
Nell’ultimo ciclo, esposto in quest’occasione, la gamma cromatica si manifesta solo in questo modo : nella scala dei sette colori in cui si può scomporre la luce.
Sono tante finestre che simbolicamente si aprono sul mondo, da cui trapela un colore dello spettro solare, assieme agli altri in altrettante finestre per comporre insieme le fasi della luce.
Queste finestre, dispensatrici di positivo equilibrio e di gioiosa tranquillità, si spalancano dai supporti più impensati, da fondi di carta, di metallo, di legno dipinto, di alcantara, che assumono di volta in volta forme diverse. Lunghi nastri ondulati s’intersecano divenendo una sorta di pitto/scultura; in altri casi il fondo bianco di intonaco si arricchisce di striature parallele che derivano da precedenti indagini spazio-cromatiche, testimoniando, nonostante il mutamento di obiettivi, la continuità delle ricerche linguistiche. La tecnica, dentro alla finestra, è sempre quella dell’affresco ; ma le varietà materiche sono infinite; l’esplosione di colore può essere raggiunta in vario modo: con puri pigmenti, con perline, col mosaico. Il divertissement si unisce all’intento di produrre gioia.
Il fondale è anche corteccia d’albero, anzi lunghi tronchi su cui si aprono le colorate finestre del cuore, dell’amore, della vita. Qui il colore si compenetra alla leggera carta di riso; cantano queste aperture sfidando la spessa scorza dell’albero.
La metafora è chiara. Sfondiamo la durezza delle cortecce che ci avvolgono, con cui abbiamo costruito il nostro scudo di difesa contro i mali del mondo, l’apprensione delle alterità, dell’ignoto! Oltrepassiamo la corteccia, entriamo nella luce che certo ancora sussiste da qualche parte nelle nostre anime, nonostante le costrizioni autoimposte, i viluppi delle paure e dell’angoscia.
E’ questo il messaggio luminoso di Luigina Mazzocca. E non teme di affondare il bisturi della solarità anche nell’immagine mitica della Gioconda vinciana. Ci scava delle finestre innondate di luce – filtrata da perline di vetro – anche nel suo corpo immortalato dalla divina pittura rinascimentale. Che si nasconde dietro il sorriso impercettibile e imperscrutabile – tanto perlustrato dagli storici dell’arte d’ogni tempo ?
A scavarci, nonostante le nebbie dell’ambiguità, si possono certo raccogliere grumi d’amore, di calore, d’intensa, multiforme umanità.
ANIMA
di Raffaella Ferrari (2005)
Timidamente sono entrata nello studio di Luigina, immediatamente stupore, dolcezza, tranquillità, colore e candore mi hanno rapita. Mi sono addentrata nel suo “bosco incantato”, ho assaporato i suoi profumi di corteccia, i miei occhi, invasi dal colore, hanno iniziato a scrutare le finestre, dentro le finestre fuori dalle finestre, metaforicamente accarezzavo l’ anima di Luigina adagiata nella sua opera artistica così pura, delicata, ricca di significati nascosti, ricca di lei. Bianco, rosso, arancio, azzurro, violetto, verde, rosa, invadono le sue tele e ti invitano a guardare oltre l’apparenza, oltre a quello che rappresentano, superiamo così, in maniera emblematica, ciò che l’opera vuole dire, iniziamo ad avere un dialogo direttamente con l’animo dell’artista. Parlando con Luigina, invasa dal suo sorriso alla ricerca di una mia espressione d’approvazione, mi sono estraniata e ho sentito il mio corpo alleggerirsi, come un anima leggera ho iniziato ad accarezzare ogni piccola increspatura della tela, i miei occhi si illuminavano di fronte al bagliore dato dalle perline applicate al colore, fluttuavo di fronte alle increspature della corteccia e immediatamente una sensazione di benessere mi ha travolto, pace, finalmente pace… colore… bianco purezza. L’artista è riuscita nel suo intento. Attraverso la sua arte Luigina si spoglia di tutte le sue timidezze, si spoglia, si svela, e fa vedere quanto di più bello c’è dentro alla sua anima. In questo mondo così disordinato, cattivo, falso, sporco, bugiardo, talvolta riusciamo a estrarre qualche cosa di buono, ecco il messaggio di speranza di Luigina, gli occhi dei bambini finalmente potranno essere illuminati e catturati da espressioni positive di vita che palpita nell’arte.
Da Carlo Sala (2002)
…… la pittura di Luigina Mazzocca vuole indagare nei meandri e labirinti più profondi dello stato umano. Conoscere la propria natura e coscienza, per elevare la propria arte ed allo stesso tempo la propria interiorità.
Significativo è il “ciclo dei sette”. Una serie di opere che configurano i sette stati della coscienza.
….. Colore, materia e luci sono infatti gli elementi essenziali: il colore è la sostanza con cui nasce la creazione di Luigina. Un uso cromatico, insolito, che alterna stadi di violenza a pacatezza dei toni. Acuti e gravi, appariscenza e rispetto visivo.
…. Una ricerca quella di Luigina Mazzocca che sembra essere carica di una infinità vitalità. Pronta a evolversi verso nuove forme estetiche ed interiori, sempre alla ricerca di nuovi interrogativi.
Da Paolo Rizzi (2001)
…..È la sua “verità biologica” che si cala prepotentemente dentro l’opera.
Magari si tratta di una natura ciclotimia, che passa da picchi di eccitazione a baratri di depressione. Ma non è questo il vero connotato (dicono gli psicologi) della genialità?
Cominciamo dalle radici tecnico-esecutive, per facilitare una possibile comprensione. Luigina Mazzocca ha compiuto gli studi specializzandosi nella ceramica: quindi sin dall’inizio ha capito che il fatto plastico poteva andare di pari passo con quello pittorico (o comunque segnico). Poi s’è dedicata per lunghi anni alla professionalità del restauro (affreschi e legni). Anche qui ha imparato l’indissolubilità tra la materia e l’espressione. Ha fatto, nelle sue opere, vari esperimenti passando dall’affresco pompeiano (basato sull’encausto) a quello veneto (veronesiano o tiepolesco). Non ha mai concepito, in tal modo, la pittura soltanto come una stesura bidimensionale, piatta. S’è abituata ad entrare “dentro” la materia, scavandone i segreti attraverso le crepe, gli anfratti, le tante stratificazioni, le stesse discrepanze. Questo lavoro di approfondimento fisico l’ha portata a svelare anche le conseguenti sensazioni e reazioni psichiche. La materia, in tal modo, è diventata per lei il tramite di emozioni continue: una superficie che si scrosta, un graffio nervoso, una colatura di colore, un raggrinzirsi della superficie, una misteriosa trasparenza. Tutto diventava per lei “significante”.
Nel solco di una tecnica di affresco tutta personale ella è riuscita a far venire a galla le contraddizioni che non solo sono dentro di lei, ma che rappresentano l’intera nostra società. Si sa: la cultura d’oggi (e non parliamo soltanto di quella inerente alla creatività artistica) è basata ul bipolarismo, cioè sulla dialettica dei contrasti, a cominciare dal computer e dalle scienze biologiche.
"I QUADRI IN BLU" - EROTISMO E SPIRITO
di Beppe Castellano (2001)
L'ultima produzione dell'artista Luigina Mazzocca, i "quadri in blu" presentati per la prima volta nell'ambito della rassegna "Artisti a Torino 2001", rappresentano il punto di arrivo - ma nello stesso tempo di nuova partenza - di una incessante ricerca interiore ed artistica. Una ricerca che ha sempre come fulcro l'essere umano, "preso" in ogni sua espressione spirituale e umanamante terrena. In questa serie di dipinti "a fresco" è la figura, il corpo, il suo apparire esteriore, attraverso il quale si estrinseca però tutta la potenzialità di emozioni e di sensazioni, tutta la ricchezza del suo "essere interiore", ad essere protagonista. Protagoniste sono anzi "le" figure. Siano esse di un uomo ed una donna teneramente avvinti in un atto d'amore o di una madre col suo bimbo (massima e segreta espressione di amore supremo), le figure traspirano di una tenerezza "naturale". Una dolcezza che, nel caso dei dipinti "di coppia", sconfina e si tramuta in una sensualità tanto coinvolgente, quanto, nello stesso tempo, spontanea, genuina, "fresca" come il rapido andare del pennello e della spatola fra le terre e la tela grezza usata dall'artista. Sembrerebbe improprio, se non addirittura azzardato, associare il percorso dell'artista in questa sensualità, che in alcune opere scaturisce prepotente, al suo percorso di fede estrinsecatosi nei dipinti di carattere religioso, già citati da altri, che sottolineano il suo credere nell'Essere Superiore. Ma audace può sembrare solo a chi - religioso, ateo o agnostico - intende il proprio credere o non credere come esclusione "tout court" delle proprie convinzioni verso e da parte dell'altro. In queste opere, invece (non a caso, forse, dipinte in un monocromatico celeste) l'artista pare voler affermare - anche con la forza di un sottile, ma coinvolgente erotismo - l'indissolubilità dell'amore terreno e carnale, insieme al piacere che ne deriva, con quello spirituale per e da un Essere Superiore, artefice del nostro essere e vivere di uomini e di donne.
(Castelfranco Veneto, TV)
Il ritratto "specchio" della persona
di Michele Bordin (2000)
Nel 1999 Luigina Mazzocca ha intrapreso una ricerca focalizzata quasi esclusivamente sul ritratto. Ritratti di dimensioni per lo più eccedenti, e di molto, quelle naturali; ritratti che investigano gli effigiati con un'attenzione così puntigliosa al dato oggettivo da risultare persino indiscreta. La scelta stessa della tecnica e del supporto ("fresco" su tela) enfatizza tale atteggiamento, nello studiato contrasto tra l'immagine finemente lavorata e fissata in un intonaco simile a quello degli affreschi, e lo sfondo - neutro - della tela di cotone a grossa grana. Lo sguardo dell'osservatore è così irretito senza possibilità alcuna di divagazione dalla singola figura, dal suo perentorio stagliarsi su di uno spazio vuoto e piatto: luogo al contempo privo di senso e desolato, come tutti i deserti, fisici o metafisici che siano. Rispetto a questa assenza, a questo "non essere", le persone ritratte acquistano un peso e un significato assoluto. L'umano sembra trionfare nella sua più elementare e un po' ottusa datità, nella sua fisicità estrema, registrata dall'artista con la perizia di un facitore di calchi o di un neopositivista dedito agli studi di fisiognomica e antropometria. Non una ruga, una macchia della pelle, un'increspatura della bocca, sfugge allo sguardo-obiettivo che tutto restituisce senza infingimenti, senza abbellimenti, con il furore definitorio di un pittore della rinascenza nordica o - seguendo una stessa trafila - di un esponente della "Nuova Oggettività" primonovecentesca, per arrivare infine alle vette espressive di un Lucien Freud, maestro del realismo inglese del secondo dopoguerra. Se non conoscessimo, della stessa artista, una ricca produzione di opere a soggetto religioso, ispirate alla pittura minore e minima dei tanti frescanti popolari che hanno lasciato testimonianza, secoli fa, nelle nostre campagne, potremmo senz'altro ricondurre tale "esprit de clarté" a una forma di intransigente esistenzialismo, di heideggeriano "essere nel mondo" ed "essere per la morte". Ma l'autentica fede cristiana di Luigina, la sua predilezione per l'iconografia religiosa più tradizionale e a momenti oleografica, ci dicono invece che quest'aspra compresenza-contrapposizione di "pieni" e "vuoti" proviene da una visione del mondo inequivocabilmente cristiana, secondo cui al vuoto del non essere - della morte fisica e spirituale - si oppone sempre il pieno della vita, fiduciosa di sé perché consegnatasi interamente a Dio. È l'originalità creaturale di ogni essere umano, la sua "aggressiva" presa di possesso del mondo, ad essere piuttosto celebrata in questi ritratti, e contesa - una volta ancora - all'imprecisato "luogo" da cui ognuno di noi proviene e a cui - credente o non credente - farà prima o poi ritorno. La consapevolezza della diversità e dell'insostituibilità di ogni persona si accompagna, nelle intenzioni di Luigina, a una concezione parimenti cristiana di eguaglianza ed ecumenica compartecipazione degli esseri, sicché tra effigiati noti ed effigiati meno noti o affatto anonimi si stabilisce uno stesso vincolo di "paradisiaca" fratellanza. Eppure, nonostante questo correttivo, non si riesce a sottrarsi a una certa malinconia, quasi che davanti ai nostri occhi si disponesse una moderna teoria di ritratti del Fayyum. Sempre promana, d'altronde, dalle raffigurazioni di uomini e donne che punteggiano la civiltà occidentale, e in particolar modo dopo l'avvento della fotografia, una certa, impalpabile inquietudine: per il tempo che ad ogni istante ci modifica, per come eravamo e non saremo mai più, per come le nostre fattezze giovani potranno diventare un domani. Perché noi siamo fatti soltanto di tempo, e il tempo ci porta gioie e dolori (come dice, fin dall'inizio, il Qohélet): al punto che anche il più spirituale degli uomini - per chi si riconosca nella religione di Cristo -, papa Giovanni Paolo II, è nei due ritratti dedicatigli da Luigina prima di tutto un vecchio uomo sofferente, che tuttavia non teme di fare del suo corpo provato e segnato dal tempo il "signum" supremo di un tenace "voler essere": nella vita terrena e, per fede o analogia, in quella ultraterrena.
(Castelfranco Veneto, TV - Firenze).
L'ORIGINALITA' NELLA DOLCEZZA
di Simone Fappanni (1999)
Luigina Mazzocca, giovane pittrice che vive e lavora a Castelfranco Veneto (TV), si specializza nella difficile tecnica "a fresco", ricevendo diverse importanti commissioni. In tutta la sua produzione, alquanto varia, si respira una dolcezza infinita commista a una insolita soavità, che coinvolge e appassiona profondamente. Piacevolmente attratta da una paesaggistica di raro sapore bucolico, l'artista sa però inserire soluzioni proprie, che tanto rendono originali e accattivanti le sue composizioni.
(Cremona)
UNA FRESCHISTA DEI NOSTRI GIORNI
di Carlo Sala (1999)
Luigina Mazzocca inizia a dedicarsi fin da giovanissima all'arte. Diplomatasi presso l'Istituto d'arte di Nove rivolge la sua attenzione all'uso della ceramica per poi sperimentare anche la pittura ad olio, la scultura e la pittura a fresco. Dimostra subito di essere un'artista in continua ricerca, lontana dalle pure tendenze facili del mercato che ingabbia entro schemi fissi e commerciali. La sua maturità artistica con gli anni si completa, come si dice, "sul campo". Infatti con il lavoro di restauratrice Luigina Mazzocca acquista una maggiore sensibilità ma soprattutto acquisisce nozioni e tecniche pittoriche. In sostanza diventano suoi quelli che ama definire "I segreti di bottega". La sua maggiore espressione artistica s'estrinseca nell'affresco, una tecnica pittorica di origini antichissime che permette di realizzare una pittura su intonaco di calce umida con pigmenti a base di acqua. Questa tecnica veniva già usata nell'antico Egitto e nell'Asia Minore per poi perfezionarsi nella civiltà romana come decorazione delle ville della stessa Roma, Ercolano e Pompei in sostituzione del mosaico. Quest'arte, dopo un periodo di decadenza nel basso medioevo, ritorna al massimo uso nel periodo che va dal duecento al settecento. In Italia ne abbiamo innumerevoli e grandi esempi come i cicli di Giotto nella Basilica superiore di San Francesco di Assisi e la Cappella degli Scrovegni a Padova, i cicli di Beato Angelico al Convento di San Marco a Firenze. Come esempi nella pittura rinascimentale abbiamo le stanze Vaticane di Raffaello e la Cappella Sistina di Michelangelo. Nel periodo del manierismo assumerà un specifica funzione decorativa e scenografica. Nell'ottocento questa tecnica verrà invece quasi dimenticata per essere riscoperta nel nostro secolo da alcuni "coraggiosi" artisti che la riprenderanno con tecniche aggiornate: Luigina Mazzocca è proprio una di questi. L'essere freschista, infatti, presuppone una grande padronanza della materia, una ottima manualità e una sicurezza dell'opera che si va a compiere. Non ci possono essere ripensamenti. Il materiale va lavorato con velocità e maestria, altrimenti è tutto inutile. I suoi soggetti tipici sono di certo quelli religiosi che si ispirano alle opere rinascimentali risentendo dell'influsso dovuto al lungo contatto con opere antiche durante i vari restauri che ha eseguito. E' bene però specificare. L'influenza che avvolge la sua pittura non la porta a "copiare" i grandi maestri, ma anzi a rielaborare con una sua poetica i temi classici del passato cimentandosi in una continua ricerca che la porta avanti, sempre verso nuovi risultati. Nelle sue opere di questo filone traspare una grande fede, un credere nella provvidenza, nella forza divina. Sembra di sentire il Manzoni: "credi nella provvidenza che ti aiuterà in ogni istante della tua vita". Se si vuole fare un ulteriore commento sui suoi quadri di ispirazione classica, la sua pittura non è strettamente religiosa, bensì "popolare". Nelle sue opere non vengono raffigurati grandi regge imperiali o splendenti palazzi barocchi, ma luoghi della vita quotidiana, di tutti i giorni e nelle sue figure seppur di grandi santi e profeti si possono riconoscere i volti di persone semplici, spesso le stesse che posano per i suoi dipinti. Luigina Mazzocca è però impegnata in diversi filoni artistici: i già citati freschi di carattere religioso-popolare, i quadri raffiguranti decorazioni, i nudi e i ritratti di ottima fattura realizzati sempre con lo stesso materiale nonché i vetri dipinti in vetrocamera. Anche questi ultimi dimostrano una confidenza dell'artista verso molteplici forme di fare arte. Recandosi nel suo studio, dove nascono le sue opere, Luigina spiega volentieri le varie tecniche, facendo percepire in lei tanta passione, tanto amore, tanta positività. Ed è proprio quello che, a chi li guarda, esprimono e trasmettono i suoi lavori. In questi anni Luigina ha ricevuto molti incarichi professionali proprio per la sua versatilità artistica. Le sue opere, quadri o affreschi murali, si trovano in chiese e capitelli, in luoghi pubblici, in case e collezioni private ed hanno ottenuto molti apprezzamenti. Certamente la incontreremo ancora tra gli artisti emergenti e di talento.